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Mancano meno di due mesi alla consegna al Parlamento delle firme raccolte per presentare la proposta di legge d'iniziativa popolare per dichiarare l'Italia "Paese Libero da Armi Nucleari".

UN FUTURO SENZA ATOMICHE
Qualche giorno fa il Guardian ha pubblicato i dettagli di un documento messo a punto da un gruppo di generali e capi di stato maggiore in pensione di cinque paesi della NATO nel quale si propone che l’Alleanza integri nelle sue strategie militari la dottrina del “primo colpo” nucleare preventivo. Di fronte a minacce nuove, globali, asimmetriche, ed al rischio che paesi canaglia o gruppi terroristici possano impossessarsi di armamenti nucleari, si dice, la NATO (ovvero i paesi che ne fanno parte, Italia inclusa) dovrebbe impegnarsi a contemplare la possibilità di colpire per prima con l’arma atomica.

Già nel 2002 all’indomani della revisione della politica d’uso dell’arma atomica da parte del Pentagono (Nuclear Posture Review) si tentò di integrarne gli aspetti salienti -  quali il “first strike” - nella dottrina NATO. Oggi, anche  in risposta agli appelli al disarmo nucleare che provengono da personalità bipartisan della storia politica e diplomatica statunitense, e dallo stesso Gordon Brown, l’establishment atomico-militare si sente forse in difficoltà e tenta il colpo grosso. L’occasione è ghiotta: la NATO, in grande difficoltà in Afghanistan e non solo, è in procinto di rivedere il proprio concetto strategico, e ridefinire la sua “mission” come agenzia globale per la sicurezza.
 
Contemporaneamente si sta lavorando alla preparazione della Conferenza per la revisione del Trattato di Nonproliferazione, già fortemente indebolito dalla pretesa statunitense di privilegiarne l’aspetto di non-proliferazione rispetto a quello relativo al disarmo. Le avvisaglie di questa “offensiva” erano evidenti già a Reykjavik, nello scorso ottobre, quando  nel corso della Sessione Annuale dell’Assemblea Parlamentare della NATO un alto funzionario e consulente politico della NATO annunciò l’inizio della seconda era nucleare, la morte del Trattato di Nonproliferazione e l’urgenza di riscoprire - contro la minaccia iraniana - la centralità della deterrenza nucleare e delle armi nucleari tattiche in Europa. Proprio quelle stazionate anche a Ghedi ed Aviano grazie all’accordo di Nuclear Sharing che lega il nostro paese agli Stati Uniti. Quelle bombe obsolete, finora considerate più che altro un simbolo, un “token” della fedeltà transatlantica, rischiano di trasformarsi in un nuovo strumento di deterrenza nucleare, post-guerra fredda. Già, perché a differenza di allora, un eventuale “first strike” potrebbe essere sferrato anche contro paesi non dotati di armi nucleari, con ciò di fatto accelerando la corsa all’arma estrema.

Di fronte a questi preoccupanti sviluppi vanno registrate le proposte di disarmo avanzate dal governo tedesco e quello norvegese, le dichiarazioni di Gordon Brown sul disarmo nucleare e quelle di Massimo D’Alema, il rafforzamento del fronte disarmista su scala globale.

Per queste ragioni la campagna “Un futuro senza atomiche” acquisisce oggi maggior rilevanza politica. Non si tratta solo di firmare per liberare il nostro Paese da quelle bombe, facendone uno Stato libero da armi nucleari, confinante con l’Austria che ha già operato una simile scelta. Si tratta di veicolare un messaggio chiaro anche agli alleati europei della NATO, ed agli Stati Uniti, di chiedere a gran voce una netta inversione di rotta, per fare del disarmo nucleare la chiave di volta di  una nuova politica globale responsabile e di pace.

Lisa Clark, coordinamento della Campagna “Un futuro senza atomiche”, membro del Consiglio Globale di Abolition 2000
Francesco Martone, senatore, membro del Consiglio internazionale della Rete Parlamentari per il disarmo nucleare (PNND)